Romanzo di formazione al negativo. Un “onesto” assassino intraprende in carcere una road to perdition che lo conduce a scandagliare la parte più nera, vera e inesplorata del suo animo, trasformandolo in determinato sanguinario, mandante, capo. Il profeta di Jacques Audiard, Gran Premio al Festival di Cannes 2009, è un film di alta fattura. A livello tecnico-registico sono sufficienti due trovate: l’osservazione della realtà attraverso un tenebroso e spettrale spioncino (quello delle porte della galera), come un mascherino del cinema degli esordi, e la raprresentazione dei sogni con sequenze frammentate, sfumate, indefinite, efficaci. Audiard racconta una storia estremamente intrisa di vero, di come la prigione ti cambia dentro e ti spinge ad “affiliarti” se vuoi sopravviviere. Proprio questo è uno dei temi più affascinanti della pellicola: il concetto di “protezione” sotto le ali del vecchio Cesar, che troppo palesemente richiama all’imperatore romano e al “clientelismo” regnante nell’epoca antica.
Nonostante sia oggettivamente troppo lungo (2 ore e mezzo) e smarrisca troppo presto la spietata e alta tensione dello sgozzamento iniziale non proprio “ad opera d’arte”, il film funziona. Audiard sa quello che vuole sia dalla macchina da presa sia dai suoi attori. Ottime le performance di ogni membro del cast, anche se l’accoppiata Tahar Rahim-Niels Arestrup è superiore di gran lunga alla media.













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