Archivi del mese: gennaio 2011

Paranormal activity

“Il buio fa paura e si può morire per la paura del buio” diceva Ascanio Celestini in La pecora nera. Chi da piccolo non aveva paura del buio e chiedeva di dormire con una lucina accesa? Chi ancora da adulto non prova in sé uno strano timore diffuso quando in piena notte, quando tutto tace e tutto è fermo, sente uno strano rumore nella stanza accanto? Magari è il frigorifero, però un sobbalzo ce lo fa fare.

Da questo buono spunto prende il via Paranormal activity. Condito con una presenza ignota, invisibile, che lascia orme sul borotalco e ombre su porte che sbattono e cigolano, che sale con passo pesante frastuonanti scale in legno. Queste le fattezze del male, il diavolo, Satana. Un’entità che, proprio come un’ombra, segue un “eletto”, o forse è meglio dire “sventurato”, e non lo abbandona più.

Il regista Oren Peli ci presenta così il tema della possessione (e non dell’esorcismo) in modo insolito, senza teste che girano, lingue biforcute, mascelle slogate o gesti fisici da stretching estremo. Il male è infido, subdolo e ci attrae a sé senza che ce ne accorgiamo, fino ad entrare dentro di noi.

In Paranormal Activity il contenuto c’è. A livello tecnico si avvale della più classica, nauseante e a lungo andare davvero noiosa macchina a mano, abusata dai tempi di The Balir Witch Project fino a Cloverfield. Un classico del cinema fai date, low cost e inscrivibile nel genere pauroso. Funzionano la camera fissa in camera da letto e il timer che scorre a velocità inaudita. Il senso di attesa e angoscia c’è. Ma il film crolla in ciò che c’è dopo l’attesa. Ovvero nulla. Tranne la scena del trascinamento fuori dal letto, il resto non coinvolge, non spaventa, anzi fa sbuffare, quasi ridere e invocare più volte a qualcosa di più, che davvero ci faccia saltare sul posto col cuore a mille. Perché alla fine lo spettatore del film horror o ad alta tensione è sadico, masochista, gode nello star male. Ecco, in questo Paranormal Activity non riesce, nel modo più misero fallisce. E allora ci si interroga sul potere della pubblicità, del trailer che presenta termini come “terrificante”, “sconvolgente oltre l’immaginazione”, “paura reale”, “agghiacciante”, “brutale e mozzafiato”. Inimmaginabile il potere mistificatorio e fuorviante del trailer, che, nel febbraio 2007, ha spinto questo filmetto (concedetemelo!) ad incassare nel primo weekend la metà dell’incasso totale, pari a quasi 6 milioni e mezzo di euro, più del doppio di Cloverfield. Insomma, lezione numero uno: il trailer è un oggetto da maneggiare con cura. Il sequel, Paranormal Activity 2, ne ha guadagnati un terzo. E dico tutto. La fregatura era palese ormai.

In conclusione, buoni spunti di contenuto, ma amalgamati male in una soluzione priva di veri colpi di scena tali da far inscrivere degnamente Paranormal Activity nel genere horror.

Il profeta

Romanzo di formazione al negativo. Un “onesto” assassino intraprende in carcere una road to perdition che lo conduce a scandagliare la parte più nera, vera e inesplorata del suo animo, trasformandolo in determinato sanguinario, mandante, capo. Il profeta di Jacques Audiard, Gran Premio al Festival di Cannes 2009, è un film di alta fattura. A livello tecnico-registico sono sufficienti due trovate: l’osservazione della realtà attraverso un tenebroso e spettrale spioncino (quello delle porte della galera), come un mascherino del cinema degli esordi, e la raprresentazione dei sogni con sequenze frammentate, sfumate, indefinite, efficaci. Audiard racconta una storia estremamente intrisa di vero, di come la prigione ti cambia dentro e ti spinge ad “affiliarti” se vuoi sopravviviere. Proprio questo è uno dei temi più affascinanti della pellicola: il concetto di “protezione” sotto le ali del vecchio Cesar, che troppo palesemente richiama all’imperatore romano e al “clientelismo” regnante nell’epoca antica.

Nonostante sia oggettivamente troppo lungo (2 ore e mezzo) e smarrisca troppo presto la spietata e alta tensione dello sgozzamento iniziale non proprio “ad opera d’arte”, il film funziona. Audiard sa quello che vuole sia dalla macchina da presa sia dai suoi attori. Ottime le performance di ogni membro del cast, anche se l’accoppiata Tahar Rahim-Niels Arestrup è superiore di gran lunga alla media.

Citazione flash

Le istantanee sono piccoli esorcismi contro il passare del tempo. – One hour photo

Un giorno della vita

1964, paesino lucano. Salvatore, 12 anni, ha una sola grande passione: il cinema. Ogni giorno, in compagnia dei suoi amici Alessio e Caterina, macina chilometri in bicicletta per recarsi al cinema più vicino per vedere un film, non fa differenza se sia Maciste o Matrimonio all’italiana. Ma il padre, contadino comunista, vede come fumo negli occhi la passione del figlio, il quale una notte si mette nei guai. Un guaio che lo condurrà dritto in riformatorio.

 

Il regista Giuseppe Papasso (alla sua opera prima pur avendo all’attivo più di 50 documentari) ha definito il suo film una favola. A dire il vero Un giorno della vita è poco più di una storiellina esile, nonostante abbia alla base una buona idea. Esile perché priva di scheletro, di pathos, ma soprattutto di personalità nei due punti chiave di qualsiasi film: dietro la macchina da presa e nella direzione degli attori. La regia è televisiva, anonima, piatta; la recitazione dell’intero cast manca di profondità, convinzione, partecipazione emotiva. Piacevole invece la colonna sonora che mischia fiati e archi in melodie poetiche e avventurose.

 

Nonostante questi scivoloni, ci sono però alcuni aspetti positivi. Non è da biasimare la struttura narrativa che procede a ritroso tramite un lungo flashback, il quale concretizza il racconto che il piccolo cinefilo fa ad un giornalista di provincia (Alessandro Haber). Così come la scelta dell’ambientazione storica: il 1964, anno “rivoluzionario” per l’Italia, in quanto anno della morte di Togliatti, del Concilio Vaticano II e dell’avvento delle sale cinematografiche parrocchiali. Illustra quindi bene l’atmosfera di un soleggiato paesino meridionale infatuato da un culto comunista al quale si contrappone il potere spiritual-plasmante della chiesa. Un mondo dove l’ideale culturale (personificato da Salvatore che venera le foto di Totò e Chaplin attaccate sul muro della sua spoglia cameretta) vince sull’ideale politico (personificato dai Compagni comunisti protetti dalle icone di Lenin e Gramsci affisse alle pareti della sezione di partito). Dove addirittura, nella fantasia di un bambino affascinato dai 16 mm, la lotta di classe è come lo scontro tra Maciste e i gladiatori.

Gli omaggi al cinema, quindi, non mancano, a partire dalle svariate locandine, affisse all’ingresso del cinema, che mostrano capolavori come La dolce vita, Sedotta e abbandonata, Per un pugno di dollari. Ma l’omaggio passa anche attraverso sequenze e personaggi. Due esempi palesi:  le scorrazzate dei tre bambini in bicicletta tra i campi di grano sono una chiara eco delle identiche assolate scene di Io non ho paura di Gabriele Salvatores (pur essendo prive di quella vivida cromia che attorniava il piccolo Michele e la sua compagnia di scalcagnati amichetti); la bella e sola Virginia ricorda, in versione svampita, la malafemmina Monica Bellucci dello straordinario Malena di Giuseppe Tornatore.

 

Un giorno della vita è quindi un nuovo film dedicato al cinema, pur essendo lontano anni luce da capolavori consolidati come Nuovo Cinema Paradiso o passati in sordina come Rosso come il cielo. Privo di forma, si salva in corner per un contenuto ideologico che riporta in auge una sentita necessità di (ri)leggere la settima arte come strumento di cultura, facendoci percepire la nostalgia di un tempo in cui si andava al cinema in massa come alla festa del patrono. Un film di una demagogia palese ma necessaria nel nostro tempo, un tempo di crisi in cui pure un Ministro, proprio come sostiene il padre di Salvatore, afferma che “con la cultura non si mangia”. Ma il piccolo protagonista porta nella sua innocenza il sacrosanto insegnamento che, come potrebbe insegnargli Don Michele (Ernesto Mahieux), “non di solo pane vive l’uomo”. Ma anche di cinema.

 

Fonte: http://www.cinemonitor.it

Link: http://www.cinemonitor.it/contenuto.asp?uid=8NHZ86MS946GQBM326UZPD2I9LY24XN9SY9MINZ7M

I saw the devil: vendetta in salsa coreana

Catturare e liberare. E’ questa la spietata filosofia che guida l’iter vendicativo di Soo-hyun, agente segreto che, dopo aver assistito in diretta telefonica alla violenta uccisione della fidanzata, dà luogo ad una caccia senza tregua al folle serial killer, Kyung-chul. Soo-hyun si trasformerà così in un vero e proprio mostro pur di consumare la sua vendetta, tremenda vendetta.

 

Kim Jee-woon, dopo l’horror A tale of two sisters e il noir A bittersweet life, confeziona uno splatter sofisticato, di pregiata fattura, dove Bene e Male non assumono le sembianze sperate di quando ci troviamo di fronte un ufficiale dell’ordine e un omicida off limits. Lo spettatore, minuto dopo minuto, si pone più volte la stessa domanda: ma chi è il devil a cui si accenna nel titolo?

 

I saw the devil prende senza dubbio allo stomaco per la truculenza di molteplici sequenze, che spingono gli animi più sensibili alla vista di (fiumi di) sangue a portare la mano davanti agli occhi e quelli più impavidi a gongolarsi in un “compiaciuto” sorriso.

Nonostante la prolissità (la pellicola dura quasi 2 ore e mezzo), l’adrenalina si mantiene costantemente alta e lo spettatore rimane incollato allo schermo con “sacra” attenzione. Ogni volta che i due “contendenti” si incontrano non sappiamo mai cosa ci riserberà il nuovo scontro.

Ma dietro questo continuo entertainment affiora la dimensione psicologica, “sentimentale” nel senso letterale della parola, di quei sentimenti che conducono, nel finale, ad un pianto on the road che oscilla tra pentimento e sfogo. L’opera si concentra sul tema della giustizia personale, alias vendetta, come sentimento profondo che logora l’uomo fino a trasformarlo in un mostro (nel cinema italiano ce ne ha dato uno splendido esempio Mario Monicelli con Un borghese piccolo piccolo). Ma può anche essere letta, come lo stesso regista ha detto, come un’estrema storia d’amore incentrata su un uomo disposto a tutto per (vendicare) la donna amata.

 

Kim Jee-woon sa il fatto suo dietro la macchina da presa. Dopo The good, the bad, the weird conferma di saperla usare a suo piacimento. Ogni inquadratura è un piccolo quadretto da incorniciare per colori, composizione e cura del chiaro-scuro. Straordinaria la prova dei due protagonisti, due vere star del cinema asiatico: il carismatico Choi Min-sik (Old boy) ed il glaciale Byung-hun Lee.

In conclusione, I saw the devil è un film che non lascia indifferenti, da vedere a stomaco vuoto e che, come la vendetta, va servito freddo.

 

Fonte: http://www.cinemonitor.it

Link: http://www.cinemonitor.it/contenuto.asp?uid=QK1HKNGF6U6KABY8FLVZGOEH5IKB5DMDA6ZFX26RP

Hereafter: Eastwood convince solo a metà

Premessa: confrontarsi con un mostro sacro come Clint Eastwood non è certamente facile. Soprattutto quando con onestà si devono mettere in luce piccole o grandi magagne del suo ultimo film, acclamato come un capolavoro. Insomma, ricondurre anche il buon vecchio Clint sotto la legge “date a Cesare quel che è di Cesare”. Fine premessa.

 

Voglio essere chiaro sin da subito: Hereafter è un bel film, ma non un capolavoro. Nel modo più assoluto. E’ superiore al semi-scialbo Gran Torino, ma ce ne corre per arrivare ai livelli di Mystic River e soprattutto di Million Dollar Baby.

Hereafter è una pellicola tripartita. E questo è un primo punto debole. Eastwood deve così applicarsi su 3 storie diverse, nessuna delle quali pienamente riuscita, che tendono a sovrapporsi solo nei minuti finali. Certamente migliori quelle con protagonisti il piccolo Marcus e il sensitivo George Lonegan. A rimetterci, nonostante la sconvolgente e agghiacciante sequenza iniziale degna del migliore apocalittico di Emmerich, è la vicenda della rampante giornalista Marie Lelay. Una storia, la sua, priva di picchi, a differenza delle altre due che qualche brivido riescono a trasmetterlo. Tre binari, quindi, di diversa qualità.

Un ulteriore punto di debolezza è l’assenza “in scena” proprio di Clint Eastwood. Mancano il suo carisma, le sue smorfie, le sue rughe cariche di espressività e di vissuto. Manca la qualità di un attore che teneva in piedi da solo un Gran Torino sottotono.

Hereafter va quindi incontro a ripetuti momenti di stallo, vuotezza drammaturgica, discorsivi, come se stessimo aspettando un’apparizione (che non arriva). Lo spettatore vegeta in una continua trance di attesa mai soddisfatta, ma attutita dalla straordinaria poesia che scorre sotto ogni inquadratura, una poesia delicata, cullante, che riesce a tenere sveglia la nostra partecipazione.

Venendo agli attori, Matt Damon, dall’aria leggermente invecchiata, è piatto, in una performance debole se non fosse per la scena della seduta col piccolo Marcus (non vi dico cosa succede!) in cui si riscatta, in cui mostra di che pasta è fatto. Bravissimo invece proprio il piccolo George McLaren (Marcus), che ricorda da vicino il bambino “fantasmino” di Un mondo perfetto.

Grosso punto a favore della pellicola non è tanto la tematica, la morte, già affrontata, ma da altri punti di vista, in Million Dollar Baby. Bensì la modalità con cui la si affronta. Eastwood mette alla ghigliottina i falsi sensitivi, ma non si pronuncia neppure apertamente a favore di quelli capaci come il suo Lonegan. Accetta come un dato di fatto l’esistenza di qualcosa dopo la morte, parimenti del caso, del fato, del destino, della coincidenza. E chiude con estremo lirisimo un finale che abbandona ogni interrogativo di fronte alla forza del calore umano che si sprigiona dal contatto tra due mani. Un finale che lascia interdetti, suscita sorrisi di ammirazione e strappa un mezzo applauso a scena aperta.

Insomma, un film da vedere (come ogni film di Eastwood), ma non vi aspettate l’opera perfetta.