Vincent Vega si volta verso Marvin, seduto sul sedile posteriore. Impugna una pistola e intanto parla. Accidentalmente parte un colpo e Marvin ci rimane secco. E’ una delle scene più famose di Pulp Fiction. Così, con una più o meno implicita citazione del capolavoro di Quentin Tarantino, si chiude Gorbaciof di Stefano Incerti. Ma è un finale che delude, che sa di raffazzonato, come di chi ha scritto una bella storia e non sa come concluderla. Come una grossa macchia nera al centro di un bel quadro. Perchè alla fin dei conti Gorbaciof nel complesso è un bel quadro. Non un capolavoro, ma ha un indiscutibile fascino di fondo. Bella l’idea alla base del soggetto: il contabile di Poggioreale ama il gioco d’azzardo e ruba i soldi dalla cassaforte del carcere per saldare un debito di gioco. Incerti sa come giocare con la macchina da presa: la fa roteare con frenesia intorno e dietro ai suoi personaggi, la fa stare col fiato sul collo del protagonista fino quasi a mostrarci i pori della sua pelle. Non mancano un’ottima fotografia e una splendida colonna sonora (affidata soprattutto agli archi) dal vago colorito orientale. One man show è Toni Servillo, capace di una mimica facciale senza paragoni. Ma a guardar bene sa d’esercizio di stile, così ripetuto ed ostentato da stuccare. Seppur Servillo sia di impareggiabile e camaleontica bravura, il cinema italiano sembra abusare di lui. Un ruolo che fino a poco tempo fa è stato ricoperto da Pierfrancesco Favino. Ma non basta un buon attore per fare un bel film. Le macchie sul quadro sono due.
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si, poi va notato che alla fine mi sembra un po’ esagerato chiamare il film Gorbaciof, solo perhcé lui va soprannominato Gorbaciof perché ha quella macchia sulla fronte. Non mi sembra molto il centro del film, visto che della macchia non si fa nessun accenno. E una tigre fra le scimmie!