Archivi del mese: ottobre 2010

Horror, i 10 film più terrificanti

La notte di Halloween si avvicina…streghe, vampiri, mostri e zombie di ogni genere sono pronti a scendere in strada. E la nota rivista Rolling Stone ha stilato una classifica dei 10 film horror più terrificanti degli ultimi 10 anni di cinema di genere. Per vedere le immagini ingrandite basta un semplice click su di esse. Altra cosa…non sono in ordine… Pronti a ripercorrere i vostri incubi peggiori?? Eccoli:

The ring

Saw II

Paranormal activity

Open water

New moon

The human centipede

Hostel

Drag me to hell

28 giorni dopo

L’alba dei morti dementi

Siete d’accordo con la lista di Rolling Stone? Quali i grandi assenti? Quali ritenete fuori luogo ed eliminereste? Quale film vi ha terrotizzato di più? Pronunciatevi!

DeLorean, a Firenze l’auto di “Ritorno al futuro”. Ecco le foto!

La storica DeLorean di Ritorno al futuro ha fatto ieri e martedì tappa a Firenze! Dopo essere stata “in vetrina” al Piazzale Michelangelo, la futuristica automobile ha deliziato gli spettatori che si sono recati al cinema Portico per assistere o ri-assistere al primo fantastico episodio della trilogia diretta da Robert Zemeckis. Come già sapete l’occasione è il 25esimo della pellicola che ha lanciato Michael J. Fox.

Ovviamente non è l’originale, ma un copia fedelissima e per di più in versione elettrica. Il fascino è indiscutibile!

Da fan del film e buon reporter, mi sono recato sul posto x immortalare la “meravigliosa creatura”…ecco le foto! Mi raccomando…non mangiatevela con gli occhi!

 

L’illusionniste: quando la poesia incontra il cartone animato

Un cartone animato per adulti. E non è una contraddizione in termini. L’illusionniste di Sylvain Chomet si snoda tutto sul doppio binario che alterna e fonde norma e trasgressione, nuovo e “antico”, in un risultato che è pura poesia visiva e di contenuto. Il regista francese, candidato agli Oscar 2003 con Appuntamento a Belleville nella tripletta del miglior film d’animazione, fa suo un soggetto inedito di Jacques Tati. E’ la storia di un mago che a causa dell’avvento di ridicole ed effemminate star del rock’n’roll vede declassata la sua arte in fiere di paese, locande, vetrine. Questa estinzione è resa più dolce dall’incontro con Alice, una ragazzina che, dopo averlo visto esibirsi in una balera sulla costa scozzese, rimane affascinata dai suoi giochi di prestigio e decide di seguirlo ad Edimburgo. Tra i due nasce quell’affetto che lega un nonno alla sua nipotina.

Portamento distinto da maggiordomo, un immancabile ombrello sotto braccio e un fedele coniglio panciuto e mannaro nel cilindro. Alto e magro, due gambe lunghe lunghe, come un’ombra in giacca e cravatta. Così, attraverso la genuinità di carta e matita, rivive Jacques Tati. L’omaggio è sincero, rispettoso, poetico. Disegni con la non-finitezza del bozzetto, come quelli di un fumetto dai colori stinti al sole, col fascino retrò di una foto ingiallita. Elementi “antichi” del 2D che si aprono al digitale che, come è ben visibile dal movimento delle automobili o delle navi, rende tutto più fluido. Scelte in controtendenza rispetto all’imperante 3D applicato agli ultimi film d’animazione.
A Chomet non mancano personalità e originalità alla regia. Con chiara eco delle soluzioni tecniche di Tati, fa ampio uso della macchina fissa, rinunciando quasi totalmente a primi piani e dettagli. Lunghi piani sequenza plasmano un montaggio pacato, dove i tagli sono ridotti al minimo, creando un ritmo inusuale per i cartoons del Terzo Millennio, un ritmo che ci riporta ai primissimi lungometraggi d’animazione della Disney degli anni Quaranta.
Questa “vocazione al risparmio” si concretizza anche nei pochi dialoghi a cui assitiamo, rimpiazzati dalla comicità silenziosa di rumori, versi, mugugni che strappano sorrisi e risate. E’ come un film di mimi, capaci di suscitare emozioni senza aprire bocca.
Azzeccata la colonna sonora che mischia cullanti melodie al flauto e al pianoforte a folkloristici sprazzi di cornamuse scozzesi a repentini e brevi inserimenti rock.
Chomet investe anche sui paesaggi, creando una sorta di geografia sentimentale dove nebbia, vento, pioggia e sole corrispondono agli stati d’animo del prestigiatore e della piccola Alice.
L’illusionniste è quindi un film coraggioso, intenso, necessario nel suo essere pecora nera nel mare magnum dei film d’animazione. Un’opera carica di nostalgia, che fa riflettere sul nostro tempo e su cosa sarà il futuro senza un pizzico di tradizione. Un’opera così robusta da potersi permettere un finale triste, disincantato e amaro, che nega il più classico degli happy ending da cartone animato. Si spengono le luci della città come quelle della ribalta. La realtà ha vinto sull’illusione. Un biglietto intestato ad Alice recita: “I maghi non esistono”. Più.

Lezione Ventuno

Ci sono 141 opere d’arte sopravvalutate nella storia dell’uomo.

Una di queste è la Nona Sinfonia di Beethoven. Lo sostiene il professor Kilroy davanti ai suoi studenti universitari nella sua celebre Lezione 21. E il ricordo delle parole da lui pronunciate si concretizza sul grande schermo nell’ esordio cinematografico dello noto scrittore Alessandro Baricco. La pellicola, che si sviluppa su più piani come i temi di una sinfonia, è una favola bizzarra e stralunata con personaggi fiabeschi, dalle fattezze caricaturali e dai costumi circensi. E’ arte visiva immersa in un mondo innevato che ricorda quello di Narnia. E’ una “poesia” che delizia lo sguardo e l’orecchio, una visione onirica quasi astratta che sicuramente piacerà ai lettori amanti di Baricco.

Citazione di gloria

Io credo che Dio mi abbia fatto per uno scopo. Però mi ha fatto anche veloce e quando corro io lo sento compiaciuto – Momenti di gloria

Effetto Notte: Truffaut docet

Dicesi “effetto notte” quella tecnica cinematografica che tramite l’uso di un filtro trasforma in notturna una scena girata in pieno giorno. E’ il sommo esempio della magia e del potere mistificatorio del cinema.

Cinema mon amour. Poteva essere questo il sottotitolo ad Effetto notte, capolavoro del 1973 di Francois Truffaut. Una dichiarazione d’amore alla settima arte, uno zibaldone contenente tutta la poetica del maestro francese, meta-cinema all’ennesima potenza.

Il regista di Jules e Jim ci mostra tutto il backstage umano, tecnico e artistico presente dietro ciò che noi aprendo appena le labbra chiamiamo film: le battute scritte la sera prima di girare, le pressioni della produzione, pioggia e neve posticce, le scene ripetute più volte, capricci e nevrosi degli attori. E macchinisti, nullafacenti, costumiste e truccatrici improvvisate comparse fino al cambio della sequenza finale causa decesso della star di turno.

Truffaut spulcia ogni soluzione tecnica, visiva e sonora, come a voler passare in rassegna i valori che hanno costellato la sua vita, tra sogno e realtà, davanti e dietro la macchina da presa. L’uomo e l’attore, il personaggio e il regista mischiano i loro piani fino a coincidere.

Una pellicola che non può sfuggire ad ogni vero cinefilo.

Tra le tante frasi da antologia, ne segnalo una sola: “Si può girare un film su tutto, basta sfogliare il giornale”.