Archivi del mese: settembre 2010

Pequenas voces: perla rara dell’animazione

Pepito, Jhoncito, Margarita e Juanito. Piccole voci che si elevano forti al di sopra del rumore di bombe e spari, dello sferragliare dei carri armati e del rombo degli elicotteri. Quattro piccoli personaggi che danno corpo (e voce) a quel milione di bambini vittime della guerra in Colombia, conflitto civile senza fine e troppo spesso dimenticato. L’esperienza della mutilazione e dell’arruolamento infantile, la perdita dei genitori, degli amici, della casa. La paura di chi vede la guerra come il Male, dove non c’è differenza tra esercito e guerrillos, buoni e cattivi, perché chiunque è armato semina il terrore indistintamente. Tutto questo è il prodigioso Pequenas voces di Jairo Carrillo e Oscar Andrade, massimi esperti dell’animazione digitale latino-americana. Tratto dall’omonimo corto presentato nel 2003 a Venezia nella sezione “Nuovi Territori” e in seguito approdato in oltre 40 festival internazionali, a distanza di 7 anni è un lungometraggio che colpisce al cuore, strappa applausi e lacrime.

Il suo punto di forza è la semplicità. Dei bambini, delle loro parole e dei loro disegni imperfetti e schematici, che prendono vita tramite la digitalizzazione al computer. Così alberi, case, soldati, macchine, animali, l’intera realtà colorata con matite e pennarelli viene come ritagliata, abbandona il foglio di carta su cui nasce per essere trasposta in un mondo digitale di forme e personaggi dalle fattezze di bambole di pezza e dai contorni marcati. Una tecnica innovativa per la quale ci sono voluti ben 3 anni per metterla a punto. Dopo Valzer con Bashir, l’animazione torna a parlare di guerra con incisività.

Il tutto è coronato da effetti sonori pregevoli e realistici, da una colonna sonora variegata che alterna musiche avventurose a liriche, di gusto spagnoleggiante a cupamente tragiche.

Pequenas voces è un film documentario di emozioni, originale, commovente (è sufficiente citare la scena dell’abbandono dei 2 cagnolini), delicato e tagliente nello stesso tempo. Arte e creatività si alleano in una pellicola che sensibilizza, da far vedere nelle scuole nelle ore di storia ed educazione civica. E’ la dimostrazione che il cinema offre ancora nuove frontiere, tutte da scoprire e più espressive di quel 3D che sembra aver preso il sopravvento anche in quelli che un tempo chiamavamo cartoni animati.

Fonte: http://www.mostradelcinema.net

Link: http://www.mostradelcinema.net/dett_news.asp?ID=249

Citazione A/R

- Come ti senti?

– Come se mi fosse sceso il cervello nel culo!

– Sicuramente ci sono dei lati positivi che ora mi sfuggono…

A/R Andata + ritorno  di Marco Ponti

Il dubbio

Quanti indizi servono per fare una prova? Nessuno. Basta un semplice sospetto. O almeno così è per Suora Aloysius, scorbutica e severa preside di una scuola cattolica, per accusare Padre Flynn di aver sedotto il primo e unico studente di colore dell’istituto. Così inizia la metamorfosi del dubbio: da opprimente sospetto a verità granitica e inattaccabile. Il vaso di Pandora si apre, la maldicenza si sparge come piume al vento, il dubbio costruisce la sua corazza di fittizia certezza.

L’abito non fa il monaco. In nessun caso. Né padre Flynn né suora Aloysius hanno un’anima candida dietro l’abito nero. Così ci troviamo davanti non preti o suore, ma uomini che indossano abiti da preti e donne che indossano abiti da suore. Desideri e sospetti personali poco “ascetici” fuoriescono dai bottoni dei loro paramenti.

John Patrick Shanley dirige un giallo atipico dove la dicotomia manichea di bianco e nero, innocenza e colpevolezza, abdica in favore del grigio del dubbio che siede a metà strada. L’intera pellicola si tinge di grigio, un grigio indefinito e pallido.

La cinerea e gotica atmosfera morale dei personaggi è sorretta dal tempo e dallo spazio in cui la vicenda si snoda. Siamo nel tenebroso e livido Bronx. Ma soprattutto siamo nel 1954, l’anno seguente all’assassinio del presidente Kennedy. L’America brancola nell’oscurità della paura e sprofonda nello smarrimento totale di ogni certezza. Si dubita del futuro e del prossimo. Il dubbio si candida come la principale condizione dell’essere umano del ventesimo secolo, ma pure del Terzo Millennio in seguito all’11 Settembre 2001.

Tutto sembra filare liscio. Sembra. Perché alla fine della fiera percepiamo che qualcosa non torna. La dimensione psicologica dei personaggi è ben tratteggiata: Suor Aloysius è una donna tenace, algida, autoritaria, senza peli su una lingua tagliente e biforcuta, e Padre Flynn è un prete dallo spirito libero e innovatore, con la battuta pronta e un perpetuo sorrisino spavaldo sulla faccia. Tra i due c’è l’esile figura della giovane e ingenua Suor James, che, come una banderuola, sbatte alle ventate che soffiano tra il sacerdote e la madre superiora. La prova di recitazione di Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman e Amy Adams è convincente. I dialoghi sono pungenti e ben congeniati. La tematica di fondo appassiona e affascina.

Ma questi fattori positivi sono slegati fra di loro e affiorano dei punti deboli. I fili della matassa appaiono lenti, sfilacciati, mal cuciti. La regia zoppica, è statica, anonima, ripetitiva, cerca invano di stupire con incomprensibili angolazioni storte. Nel passaggio dalle assi del palcoscenico (spettacolo teatrale visto in Italia con l’eccellente performance di Stefano Accorsi e Lucilla Morlacchi) al grande schermo John Patrick Shanley, forse smanioso di successo, dimentica qualche ingranaggio e la macchina si inceppa. E’ come se mancasse qualche nesso nella vicenda, che pare non amalgamata a dovere. Il dubbio sulla “insana” natura del sacerdote non è così forte, anzi appare più esplicita del previsto. Cade in oblio quell’aura di profonda indefinitezza, traboccante dal rosso sipario teatrale, che risiede nel detto-non-detto, nel visto-non-visto, che stimolava l’immaginazione dello spettatore e la sua sospensione del giudizio in merito all’accaduto-non-accaduto. Rimane in noi un solo dubbio: la buona riuscita cinematografica dell’opera.

Lebanon

Punto e a capo. Lebanon di Samuel Maoz è un giro di boa nel genere di guerra, tanto da decostruirne le forme nelle quali si è sedimentato e fortificato nel tempo. Le soluzioni di linguaggio visivo e sonoro di cui si fa portatore sono novità che costringono gli altri a ripartire da zero.

L’esordiente regista israeliano fa leva sul suo vissuto, ovvero la partecipazione come carrista al primo conflitto libanese iniziato nel giugno del 1982. Come già successo con il sorprendente Valzer con Bashir, le guerre israelo-libanesi si affermano così come un nuovo fronte bellico e cinematografico scalzando gli usurati set delle due Guerre Mondiali (La sottile linea rossa e Salvate il soldato Ryan) e della guerra del Vietnam (Platoon, Full metal Jacket), un fronte dove le bombe al fosforo hanno sostituito il napalm di Apocalypse now.

Ed è attraverso l’angusta soggettiva del puntatore di un carro armato (prima vera trovata vincente a livello estetico) che lo spunto autobiografico assume una fisionomia compiuta e atipica.

Lo sguardo si fa poi chiave di lettura non solo verso il mondo esterno, ma anche su quello interiore dei soldati e di noi spettatori. Occhi lucidi e penetrati fino all’iride sono la porta verso l’anima che si sporca indelebilmente come la pelle col fango. Ogni volta che il mirino inquadra (come un mascherino del cinema muto) e mette in croce i civili (donne, bambini e addirittura animali nel memorabile pianto dell’asino morente) è un colpo dritto al cuore, anzi nello stomaco.

La memoria emotiva è ripartita in quattro giovani militari timorosi i cui sentimenti particolari assumono valenze universali e pacifiste. Carne e sangue, lacrime e sudore. E paura. Tanta paura. Di questo sono fatti. Non c’è spazio per eroismo o patriottismo. Tutt’altro rispetto all’acciaio inneggiato da un cartello affisso nella pancia della ferrosa “trincea” del loro primo giorno di guerra. Desiderio di (soprav)vivere e timore di morire, panico e tensione saturano l’aria e anestetizzano ogni muscolo e riflesso umano e meccanico in un “rinoceronte” dal corno spuntato che fatica ad avanzare tra polvere e cemento. Questa ristrettezza ambientale, estremo opposto dei grandi affreschi bellici e spettacolari a cui siamo abituati, è un forte turning point nel war movie.

L’estremo e ruvido realismo scorre anche in una colonna sonora inesistente se non fosse per un pianoforte che ad inizio e fine pellicola (o poco più) trova spazio con esitazione tra il continuo e graffiante sferragliare degli ingranaggi del cingolato. Siamo ormai lontani dalla “Cavalcata delle valchirie” di Wagner che presiede l’entrata in scena dal tenente colonnello Kilgore.

La guerra di Samuel Maoz è quindi un kammerspeil sui generis dallo stile asciutto, partecipe, nuovo. La regia asmatica ed epidermica misura i battiti di un’opera palpitante, di volti e corpi che morbosamente fagocitano il campo. Con rigoroso e inconsueto rispetto delle unità aristoteliche, Lebanon coinvolge, inchioda, trasmette ansia e disorienta fino a negare il lieto fine. I girasoli, simbolo di vita, sono anch’essi morti e a testa china abbandonano ogni speranza.

Citazione di speranza

Devo continuare a respirare perché domani il sole sorgerà e chissà la marea cosa potrà portarmi – Cast Away

Ecco i film italiani in corsa per l’Oscar

La corsa italiana verso gli Oscar sta per cominciare. Infatti il 29 settembre, all’Anica, 10 pellicole italiane si contenderanno la candidatura made in Italy per la statuetta per il miglior film straniero. Ecco i magnifici 10: Baciami ancora di Gabriele Muccino, Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo, La doppia ora di Giuseppe Capotondi, Io sono l’amore di Luca Guadagnino, Mine vaganti di Ferzan Ozpetek, La nostra vita di Daniele Luchetti, La prima cosa bella di Paolo Virzì, Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, L’uomo che verrà di Giorgio Diritti e Venti sigarette di Aureliano Amadei.

A giudicarli sarà un comitato composto da nomi illustri come Gabriele Salvatores, Dante Ferretti, Roberto Escobar, Aurelio De Laurentiis, Fulvio Lucisano. Il film, uno e uno solo, che passerà questo turno, sarà poi esaminato, insieme ad altri film provenienti dalle cinematografie del resto del mondo, da una Commissione dell’Academy Award, che potrà anche rifiutare il nostro candidato.

L’ultima volta che siamo entrati nella bramata cinquina è stato nel 2006 con l’intenso dramma familiare La bestia nel cuore di Cristina Comencini.

Non vorrei essere disfattista o pessimista, ma dovendo scegliere, credo che tra i nostri 10 nessuno sia capace di accedere alla cinquina d’oro. Per quanto riguarda la selezione dell’Anica, punto invece su La nostra vita e L’uomo che verrà, due film audaci e di indubbia bellezza.

E voi pensate che qualcuno dei 10 film citati possa arrivare al Kodak Theatre di Los Angeles? Quale? Pronunciatevi!