Archivi del mese: agosto 2010

A lezione da Godard

La fotografia è verità, e il cinema è verità ventiquattro volte al secondo. – Jean Luc Godard

Match Point

Sopravvalutato. Lento. Deludente. Match point non decolla mai nonostante i molteplici colpi di scena, la bravura di Jonathan Rhys Meyers e la sensualità (che però rimane inesplosa) di Scarlett Johansson. Lo spunto di base, ovvero il peso della fortuna nella vita umana, non prende forma compiuta e rimane in una terra di mezzo. La pallina da tennis che oscilla da una parte all’altra della rete è metafora non sufficiente a tenere in piedi il film. Woody Allen, il cui cinema ha sempre lasciato a desiderare in merito a ritmo e dinamicità alla macchina da presa, sembra avere un vuoto di memoria riguardo al suo punto di forza: il contenuto. Dimostra di trovarsi più a suo agio nella commedia che non nel genere drammatico/thriller/noir. Insomma, un piccolo buco nell’acqua colmato dai successivi Scoop e Basta che funzioni, due chicche della sua produzione più recente.

Happy Family

Non nuovo a pellicole surreali e fuori dal coro come Nirvana o Quo vadis, baby?, Gabriele Salvatores mette in scena, con coraggio e sperimentalismo, la fase creativa di uno sciamannato sceneggiatore da quattro soldi (interpretato da un carismatico Fabio De Luigi), dando visibilità ad un mestiere che spesso rimane nell’ombra. Una pellicola impavida che, trascurando volutamente il puro intreccio narrativo e mischiando i piani del racconto, fa storcere il naso al comune spettatore che si aspetta la solita commediola corale con i canonici inizio, mezzo e fine, ma che delizia i palati più raffinati con il dolce sapore della novità.

Con chiaro riferimento ai pirandelliani Sei personaggi in cerca d’autore, la truppa dei protagonisti, capitanata da un Diego Abatantuono sottotono e da un magistrale Fabrizio Bentivoglio, prende vita nel vero senso della parola e diventa parte reale e integrante del vivere quotidiano dello sceneggiatore. Ciascuno di loro pretende di essere il personaggio principale o quanto meno d’avere qualche battuta in più. Ma sono ancora tutti nell’embrionale stadio di stereotipo caratterizzato con estremismi goliardici. E’ un mondo abbozzato, palesemente fittizio e da affinare nelle sfumature, con dialoghi scarni e a tratti banali. Ma è tutto voluto. Ciò che agli occhi dello spettatore appare come carenza, è invece esplicita volontà del regista. Perché è ciò che accade nella mente dello sceneggiatore, tra realtà e invenzione.

Salvatores, sorvolando i generi classici, cerca quindi di aprire una nuova strada nel cinema italiano, pur non rinunciando ad alcune sue costanti, come l’immancabile presenza della bicicletta nei suoi film o il ricordo dei luoghi assolati del Marocco dell’incantevole Marrakech Express.

Ma Happy family è anche un grande omaggio al cinema. Non solo sul piano citazionistico col finale che riecheggia quello de I soliti sospetti, ma anche tecnico con l’invasività della mdp, l’uso dello split-screen e dell’iris, e gli sguardi in macchina che, demolendo la barriera dello schermo, interpellano direttamente lo spettatore. Insomma, è un tentativo in gran parte riuscito, una boccata d’aria fresca, un film piacevole, non esilarante, alternativo, che riflette sul cinema in quanto linguaggio cullandosi nella rilassante colonna sonora di Simon e Garfunkel.

Biùtiful cauntri

Il documentario di denuncia è un genere ancora vivo. Biùtiful cauntri batte un colpo forte nel nome di quelle verità che troppe spesso vengono taciute dalla comune informazione. Agnelli e pecore che muoiono per la diossina, bambini pagati per far sparire piccole quantità di rifiuti, discariche grandi come paesini di provincia, amianto abbandonato di fianco a campi di patate. Con coraggio il trio Calabria-D’Ambrosio-Ruggiero denuncia il marcio e la puzza di bruciato (di rifiuti) di quella criminalità organizzata dai guanti bianchi che specula sulla salute di uomini e animali. Perché i rifiuti tossici avvelenano i cibi che noi mangiamo credendoli sani. E’ la triste e cruda storia di un’umanità, quella della zona di Acerra (in Campania), lasciata volutamente sola da chi si comporta come le 3 scimmiette (non vedo, non sento, non parlo). Ormai di Belpaese c’è rimasto solo il nome di un formaggio. Una pellicola che colpisce allo stomaco, da far vedere nelle scuole.

Citazione “vitale”…

I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto… Il resto fa volume! – I laureati

Questione di cuore

Uno sceneggiatore e un carrozziere, arte e artigianato s’incontrano in una corsia d’ospedale e si legano in un’amicizia senza tempo. Come due innamorati. Come due fratelli. Un’amicizia dove uno sguardo è capace di spiegare un intero dramma interiore tenuto nascosto al mondo. Due mondi apparentemente lontani e paralleli che si scoprono vicini.

Dietro un titolo sentimentale, Questione di cuore è una commedia amara dai toni colloquiali e a tratti boccacceschi, leggeri e profondi, che arriva dritta al cuore. In assoluto il miglior film di Francesca Archibugi, che si avvale di un cast in forma smagliante. Domina su tutti Antonio Albanese, mattatore comico e intenso attore drammatico (pari alla performance in Giorni e Nuvole di Silvio Soldini) che migliora col tempo, come il vino. Lo seguono Micaela Ramazzotti e Kim Rossi Stuart, romanacci popolari e terreni portatori sani di emozioni genuine. Un film importante anche per l’efficace descrizione che fa del lavoro dello sceneggiatore, losco figuro che spesso rimane all’ombra del regista di turno. Da vedere.