Archivi del mese: luglio 2010

In ricordo di una storica sceneggiatrice

Ladri di biciclette, I soliti ignoti, Rocco e i suoi fratelli e Speriamo che sia femmina. Questi sono solo alcuni dei numerosi film ai quali Suso Cecchi D’Amico ha collaborato alla sceneggiatura in più di 60 di grande cinema. La scrittrice romana si è spenta oggi all’età di 96 anni.

Un blog di cinema come questo cerca (o pretende) di essere, non poteva non ricordarla.

Esordì nel 1946 con Mio figlio professore di Renato Castellani e da lì ha collaborato con Monicelli, Rosi, Antonioni, Vittorio De Sica, Luigi Comencini (nel bellissimo Le avventure di Pinocchio). Il feeling più duraturo è stato con Luchino Visconti, con il quale ha scritto sceneggiature per 30 anni, da Bellissima a Il Gattopardo. Nel 1994 la Mostra del Cinema di Venezia le ha consegnato il Leone d’Oro alla Carriera. L’ultima sua sceneggiatura è stata Le rose del deserto, film diretto dal maestro Monicelli. Dopo Furio Scarpelli, morto il 28 aprile scorso, il cinema italiano perde così un altro suo pilastro storico.

Nick Cave riscrive Il Corvo

Nick Cave sta riscrivendo la sceneggiatura de Il Corvo, cult del 1994 nel quale, all’età di 28 anni, perse la vita Brandon Lee, figlio del noto Bruce Lee. Ebbene sì, sembra ufficiale la notizia secondo la quale il noto musicista australiano stia portando avanti un nuovo adattamento del fumetto di James O’Barr. Torna così sul grande schermo una nuova storia maledetta di Eric Draven, spietato chitarrista rock tornato dall’aldilà per far fuori i suoi assassini.

Non è comunque la prima volta che Nick Cave si confronta con la settima arte. Ha già firmato le sceneggiature di due film (The Proposition e Ghosts… of the Civil Dead) e ha scritto molte colonne sonore, in particolare con Wim Wenders (per il quale è apparso nel celeberrimo Il cielo sopra Berlino).

In cabina di regia Stephen Norrington (Blade e La leggenda degli uomini straordinari) e come protagonista un pezzo grosso del quale però ancora non si conosce l’identità. Messico e Arizona sono stati scelti come set. Insomma, il progetto sembra avere tutte le carte in regola per partorire una pellicola originale, trasgressiva e malinconica, lugubre e profonda.

La nostra vita

Visceralmente italiano. Dietro un titolo oneroso e ingombrante, La nostra vita misura i battiti dell’Italia del nostro tempo. La sicurezza sul lavoro (nero), il rapporto con gli extracomunitari, la nascita di un nuovo proletariato, gli “impicci” dell’edilizia, la famiglia, la paternità e la cura dei figli. Senza (s)cadere nel film di denuncia e senza morali o ideologie morettiane/guzzantiane di fondo, Daniele Luchetti racconta tutto ciò con stile asciutto, andando oltre l’orizzonte della crisi economica non ancora finita. E lo fa concentrandosi su una storia individuale dai risvolti universali.

Elio Germano, one man film, con una performance così intensa da lasciar scolorire il resto del cast artistico, dà gambe e carattere al personaggio di Claudio come nessun altro avrebbe saputo fare, consacrandosi come vera punta di diamante della nuova generazione di attori made in Italy. In Claudio c’è tutto il paese reale, l’operaio che s’industria per diventare, o quanto meno sentirsi, un borghese piccolo piccolo. Un uomo che nonostante l’infausto destino non è mai realmente cattivo. Rabbioso, intenso, ma non cattivo. Un uomo dall’indole rock che da buon gladiatore non si arrende e porta avanti la sua vita spericolata. Orgoglio, onore, rispetto, amore, disagio, determinazione. Tutti questi sentimenti passano attraverso gli occhi sempre tesi e lucidi di Germano. Tutt’altro rispetto all’anima fragile di cui parla Vasco Rossi nella canzone amata e cantata a squarciagola dalla giovane coppia. Ma “la vita continua anche senza noi” e non c’è tempo per la commozione o per le lacrime né per Claudio né per il pubblico.

Ancora una volta, il regista de Il portaborse si avvale alla sceneggiatura della collaborazione di Rulli e Petraglia. Ma i due non sono in grado di confezionare un congegno perfetto come fecero per il precedente Mio fratello è figlio unico. Dopo un inizio brillante, che ben illustra la costruzione di un giovane idillio familiare, perdono per strada alcuni fili potenzialmente interessanti, che scomparendo tolgono energia al film. Uno su tutti il rapporto con i figli, quella volontà di Claudio di renderli autonomi e grandi prima del tempo e di risarcire con il materiale ciò che risarcibile non è: l’affetto della madre. Anche su quest’ultima non avrebbe certo guastato qualche sequenza in più, seppur breve, non tanto prodigata all’elaborazione del lutto, quanto al ricordo.

Con ruvido realismo Luchetti guarda i suoi personaggi negli occhi, non dall’alto in basso, senza deformarli o prenderli in giro. La claustrofobica regia indugia ossessivamente su volti e corpi che saturano il campo, così stretta da lasciare rari spiragli alla periferia e meno di zero al centro di Roma. La macchina a spalla con i suoi lunghi e mossi piani sequenza mette a fuoco l’instabilità della vita e del lavoro nel tempo odierno, in un risultato paragonabile a quello ottenuto da Silvio Soldini in Giorni e nuvole.

La nostra vita, pur con alcune sbavature, è un film sincero, genuino, che ottiene la palma di essere uno spartiacque in quel genere indefinito che descrive l’Italia contemporanea. Ciò che verrà dovrà sapere di nuovo, altrimenti sarà da bollare con un riduttivo “già visto”.

Basilicata coast to coast

L’armata Brancaleone di Rocco Papaleo attraversa la Basilicata (e le sale italiane) e semina consensi. Abbandonando l’abusata ambientazione domestica nella quale si è accasciato il cinema italiano degli ultimi anni, Basilicata coast to coast inforca con coraggio l’inusuale strada del road movie tanto da essere un Easy rider nostrano. Il provincialismo è il vero punto di forza di un piccolo grande film, leggero ma non troppo, piacevole e riflessivo, un futuro cult di periferia (e non solo).

Geniale nella sua semplicità l’idea alla base della sceneggiatura, originale quanto basta per portare sui nostri schermi un film d’esordio sicuramente da promuovere, seppur non privo di qualche difetto. Azzeccato il quartetto dei protagonisti alla I soliti ignoti: alla voce un esaltato professore autore di testi alla Tony Pisapia (L’uomo in più di Sorrentino), al contrabbasso un muto sempliciotto sfortunato in amore, alla chitarra un timidone che ha abbandonato gli studi di medicina, al fodero della chitarra un fascinoso gigolò televisivo di serie B dalla camicia perennemente aperta fino all’ombelico. Per questi squattrinati organizzati il pellegrinaggio in nome della musica sarà medicina per il cuore e per l’anima, pur senza mai calcare la mano sull’aspetto esistenziale.

Vero motore delle gag è la coppia Gassman-Papaleo. Il primo ritrova la vis comica del memorabile Teste di cocco, il secondo genera irrefrenabili risate con la grottesca potenza del solo sguardo allucinato. Stona la recitazione di Giovanna Mezzogiorno, troppo finta rispetto alla spontaneità dei compagni di viaggio, ben più adatta alle parti urlate di Vincere o L’ultimo bacio che non al registro della commedia.

Basilicata coast to coast è uno stralunato e randagio sponsor turistico alla regione lucana, al suo sole abbagliante e ai suoi brulli pendii, senza mai scadere nella cartolina. La componente musicale, insieme alla simpatica cadenza linguistica di un non profondo sud, rende organico un montaggio non sempre fluido. Funzionano le scanzonate canzonette della picaresca band e il cullante contrabbasso dal gusto dolcemente jazz di Max Gazzè.

Emergono anche un paio di citazioni sul grande cinema italiano in bianco e nero: l’insegna “Rocco e i suoi cugini” ricorda il capolavoro viscontiano di Rocco e i suoi fratelli, mentre la scultura presente sulla locandina la statua volante che apre La dolce vita di Fellini.

La regia, a tratti disomogenea e anonima, trova un’ancora di salvataggio nella macchina a mano da reportage di guerriglia urbana. Ma non andiamo a cercare il pelo nell’uovo. L’esordio alla cinepresa di Rocco Papaleo merita un compiaciuto applauso col sorriso sulle labbra per aver portato in sala il volto sano e popolare di un’umanità meridionale che non fa rima con la criminalità organizzata.

Citazione “universale”…

Se ci siamo solo noi nell’universo, mi pare un bello spreco di spazio – Contact

Only the best…

Ho speso un sacco di soldi per l’alcol, le donne e le macchine veloci… tutti gli altri li ho sperperati – Best