
Visceralmente italiano. Dietro un titolo oneroso e ingombrante, La nostra vita misura i battiti dell’Italia del nostro tempo. La sicurezza sul lavoro (nero), il rapporto con gli extracomunitari, la nascita di un nuovo proletariato, gli “impicci” dell’edilizia, la famiglia, la paternità e la cura dei figli. Senza (s)cadere nel film di denuncia e senza morali o ideologie morettiane/guzzantiane di fondo, Daniele Luchetti racconta tutto ciò con stile asciutto, andando oltre l’orizzonte della crisi economica non ancora finita. E lo fa concentrandosi su una storia individuale dai risvolti universali.
Elio Germano, one man film, con una performance così intensa da lasciar scolorire il resto del cast artistico, dà gambe e carattere al personaggio di Claudio come nessun altro avrebbe saputo fare, consacrandosi come vera punta di diamante della nuova generazione di attori made in Italy. In Claudio c’è tutto il paese reale, l’operaio che s’industria per diventare, o quanto meno sentirsi, un borghese piccolo piccolo. Un uomo che nonostante l’infausto destino non è mai realmente cattivo. Rabbioso, intenso, ma non cattivo. Un uomo dall’indole rock che da buon gladiatore non si arrende e porta avanti la sua vita spericolata. Orgoglio, onore, rispetto, amore, disagio, determinazione. Tutti questi sentimenti passano attraverso gli occhi sempre tesi e lucidi di Germano. Tutt’altro rispetto all’anima fragile di cui parla Vasco Rossi nella canzone amata e cantata a squarciagola dalla giovane coppia. Ma “la vita continua anche senza noi” e non c’è tempo per la commozione o per le lacrime né per Claudio né per il pubblico.
Ancora una volta, il regista de Il portaborse si avvale alla sceneggiatura della collaborazione di Rulli e Petraglia. Ma i due non sono in grado di confezionare un congegno perfetto come fecero per il precedente Mio fratello è figlio unico. Dopo un inizio brillante, che ben illustra la costruzione di un giovane idillio familiare, perdono per strada alcuni fili potenzialmente interessanti, che scomparendo tolgono energia al film. Uno su tutti il rapporto con i figli, quella volontà di Claudio di renderli autonomi e grandi prima del tempo e di risarcire con il materiale ciò che risarcibile non è: l’affetto della madre. Anche su quest’ultima non avrebbe certo guastato qualche sequenza in più, seppur breve, non tanto prodigata all’elaborazione del lutto, quanto al ricordo.
Con ruvido realismo Luchetti guarda i suoi personaggi negli occhi, non dall’alto in basso, senza deformarli o prenderli in giro. La claustrofobica regia indugia ossessivamente su volti e corpi che saturano il campo, così stretta da lasciare rari spiragli alla periferia e meno di zero al centro di Roma. La macchina a spalla con i suoi lunghi e mossi piani sequenza mette a fuoco l’instabilità della vita e del lavoro nel tempo odierno, in un risultato paragonabile a quello ottenuto da Silvio Soldini in Giorni e nuvole.
La nostra vita, pur con alcune sbavature, è un film sincero, genuino, che ottiene la palma di essere uno spartiacque in quel genere indefinito che descrive l’Italia contemporanea. Ciò che verrà dovrà sapere di nuovo, altrimenti sarà da bollare con un riduttivo “già visto”.
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